Musubidachi, ovvero l’attenzione

Italiano ♦ English

Di solito, la prima parola giapponese che si impara, quando si inizia un corso di Karate, è musubidachi. Questo perché ogni lezione di Karate, dopo il riscaldamento, comincia con il saluto. E per fare il saluto, in piedi o sulle ginocchia, è necessario partire dalla posizione di musubidachi. Musubi è un verbo che indica l’atto di unire, mentre dachi vuol dire posizione. Pertanto una traduzione potrebbe essere posizione unita o, per quanto meno elegante, posizione dell’unire. Nella mentalità orientale, dove non esiste una vera separazione tra corpo e spirito, questo gesto non descrive solo il fatto che si accostanto le gambe e i piedi, ma che ci si predispone all’unione col maestro, con la disciplina, con se stessi (e quindi con l’universo). Pertanto molti (per esempio il maestro Shingo Ohgami) traducono musubidachi con posizione dell’attenzione (attention stance).

La posizione sembra facile facile. Basta stare in piedi col busto eretto e unire le gambe facendo toccare i talloni, fino a formare una specie di V con i piedi. Per chi ha fatto il militare, è un po’ come stare sull’attenti (guardacaso anche qui c’entra l’attenzione). Ma osservando con un po’ di attenzione (di nuovo!) ci si accorge che tanto facile non dev’essere. E infatti non lo è. Capita spesso di trovare le gambe tese, il mento sporgente, la testa lievemente inclinata in avanti (o talvolta indietro, col mento in alto), le braccia e le spalle contratte e talvolta disallineate, il collo affossato e le punte dei piedi aperte a casaccio, con una variabilità che oscilla tra un quasi-heisokudachi e la posizione della papera.

Mosubidachi. A: Larghezza del proprio pugno.
Fig. 1 – Musubidachi. A: Larghezza del proprio pugno (ci deve stare comodo).

Nel Wado-ryu il musubidachi è una posizione molto ben codificata. Il maestro Gianni Mosconi (III dan Wado-kai) diceva che si può individuare un buon karateka già dal suo musubidachi: secondo lui è il mattone (anche spirituale) su cui costruire tutte le altre posizioni e tecniche. Cominciava a spiegarlo partendo dal basso. Innanzitutto, diceva, va definita la questione dell’apertura. Molti grandi maestri (Suzuki, Ohgami, Toyama) usano (o usavano) i gradi: in musubidachi, l’angolo formato dalle punte dei piedi dev’essere di circa 50° o 60° (e non 90°, come alcuni altri sostengono). Ma sfortunatamente, come ripete il maestro Paolo Gasbarri,  nei dojo non ci sono mai abbastanza goniometri per tutti. Pertanto, il M° Mosconi proponeva un sistema semplice: l’angolo di apertura dei piedi deve corrispondere alla larghezza del proprio pugno. Basta infilare il pugno tra i propri piedi, all’altezza del koshi (giunzione tra metacarpo e grande falange): dentro, ci deve stare comodo (vedi Fig. 1). In questo modo le punte divergeranno di circa 50-60°, a seconda della nostra costituzione fisica.

Poi vengono le gambe, che non devono mai essere tese, le ginocchia mai bloccate, ma restare impercettibilmente flesse, a sostegno del corpo che, in questo modo, pur fermo, rimane reattivo e pronto al movimento. Le spalle devono essere rilasciate, come le braccia, che cadono naturalmente, per la sola forza di gravità, lungo i fianchi. Anche le mani sono aperte e rilasciate. Per il tronco, il collo e la testa, è necessario un discorso a parte.

Bisogna che un filo immaginario passi all’interno della nostra spina dorsale per uscire dalla sommità della testa, come se fossimo una marionetta. Quel filo è teso a sufficienza da tenerci su, dritti, senza sollevarci da terra. In questo modo, il mento arretra, il collo si allunga (senza sforzare), le vertebre si distendono e si allineano a una a una e il petto esce leggermente in fuori senza che le spalle si contraggano o spingano indietro. Un altro modo per immaginarsela è pensare alla posizione chiamata Sorreggere il cielo con la testa del Tai Chi Qi Gong. In questa posizione si immagina di dover sorreggere il cielo con la propria testa, avendo i piedi ben fermi sulla terra. La posizione che si assume dalle gambe in su, in questo modo, è identica al musubidachi. Per sorreggere il cielo le gambe devono essere un pochino flesse, la schiena e il collo allineati e distesi, il mento arretrato, la testa dritta, anch’essa allineata con collo e spina dorsale.

In questo modo siamo pronti. La nostra attenzione è attivata e stimolata. Il corpo rilassato ma reattivo, ricettivo. E la nostra testa tocca il cielo. Musubidachi. La posizione unita. La posizione dell’unire il cielo e la terra. ♦ Read it in English

Vai a Proprietà intellettuale dei contenuti del sito ⇒

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.