Hachijidachi Shizentai: il rettangolo del tanden

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La seconda parola giapponese che ho imparato è stata yoi, il comando con cui il sensei ci faceva assumere la posizione di hachijidachi shizentai. Yoi, nel mondo del Karate, viene di solito tradotto con l’esortazione pronto (il giapponese non distingue tra singolare e plurale), ma in realtà significa buono, piacevole. È possibile che si alluda sia al fatto che hachijidachi shizentai è una buona posizione per prepararsi all’esecuzione delle tecniche (ovvero ci rende pronti a cominciare), sia alla sua piacevolezza, ovvero comodità. Hachijidachi shizentai, infatti, letteralmente significa posizione dei piedi (dachi) a forma di otto (hachi in giapponese indica il numero otto e si scrive così: ) con una postura del corpo (tai) naturale (shizen).

Nel Wado-ryu questa posizione è rigorosamente codificata e presenta alcune differenze rispetto ad altri stili di Karate. Il soke Hironori Otsuka, infatti, interpretò alla lettera il nome della posizione, ridefinendola dopo il suo incontro con Motobu Choki, e la rese coerente con la filosofia base del Wado-ryu (che condivide col Judo) espressa dal motto sei ryoku zen yo (massimo risultato, minimo sforzo).

Shizentai - A: Larghezza delle spalle; B: Lunghezza del piede; C: Tanden; D: Baricentro
Fig. 1 – Hachijidachi shizentai. A: Larghezza delle spalle; B: Lunghezza del piede; C: Tanden; D: Baricentro

Diamo un’occhiata alla Fig. 1 qui a lato. In hachijidachi shizentai l’intero corpo è configurato allo stesso modo di musubidachi, con la differenza che le gambe non sono unite ma divaricate, i pugni sono chiusi (ma non serrati) e le piante dei piedi tendono ad avere una posizione più frontale (con le punte comunque rivolte verso l’esterno). La distanza interna, tra un tallone e l’altro, deve corrispondere alla lunghezza del piede. In questo modo, la larghezza esterna, tende a esprimere quella delle spalle. Il corpo risulta così inscritto in un immaginario rettangolo il cui centro corrisponderà al nostro tanden. Il tanden, nella tradizione marziale giapponese, cinese e okiwanense, è il punto dell’addome dove risiedono l’energia ki (o chi) e il nostro centro di gravità e da cui si origina il kime (e quindi anche il kiai). Il tanden, se la cintura è allacciata nel modo tradizionale (attorno alle anche e non intorno alla vita), è esattamente dietro al nodo. Molti maestri, per mostrare il modo corretto di avanzare durante una tecnica (per esempio, junzuki), afferrano l’allievo per il nodo e lo trascinano in avanti: il motivo è che, come mostrato dalla Fig. 1, nel tanden risiede il nostro centro di gravità. Muovendo il tanden, tutto il peso e l’energia (ki) del nostro corpo avanzeranno con noi. E la tecnica sarà efficace. La posizione di hachijidachi shizentai è pensata per sorreggere il tanden mettendolo al centro del nostro corpo per farlo corrispondere perfettamente al baricentro. Ci aiuta a focalizzare l’attenzione su di esso, accrescendone l’energia. Ma per accrescere l’anergia, prima di tutto, è necessario non disperderla.

La posizione dei piedi è Hachiji dachi, ma la postura generale non è Shizentai
Fig. 2. La posizione dei piedi è hachijidachi, ma la postura generale non è shizentai

Eccoci quindi tornati al concetto di sei ryoku zen yo. Non basta assumere la posizione di hachijidachi. È necessario che la postura generale sia shizentai, ovvero quella che minimizza il consumo energetico. Guardiamo la Fig. 2. Le due foto mostrano la posizione hachijidachi di un karateka di un altro stile. La posizione della gambe e dei piedi è in effetti hachijidachi, ma la posizione delle braccia è tutt’altro che naturale (shizen), costringendo a contrazioni muscolari che ostacolano quella rilassatezza che sempre deve precedere, nel Wado-ryu, l’esecuzione di una tecnica (fino all’attimo della sua conclusione: di solito in momento dell’impatto di un colpo o di una parata). Attenzione. Non sto dicendo che la posizione illustrata nella Fig. 2 sia necessariamente sbagliata o inefficace. Dico che non corrisponde alla filosofia del Wado-ryu. Probabilmente, nell’intenzione dei fondatori degli altri stili, la posizione delle braccia in avanti intende favorire in un modo diverso la focalizzazione del ki. I pugni, se ci fate caso, restano sospesi davanti al corpo all’altezza del tanden, come a sorreggere l’invisibile braciere in cui, da lì, viene riversato il ki (energia vitale, energia gravitazionale, energia cinetica etc.). In una filosofia che privilegia la coltivazione del ki attraverso la contrazione muscolare (come il Goju-ryu e, in parte, Shotokan e Shito-ryu), va benissimo. Ma il Wado-ryu, che è uno stile morbido, aspira all’armonia e all’equilibrio tra naturalezza, ki e kime. Anzi: all’espressione del ki attraverso la naturalezza. Nel Wado-ryu, in hachijidachi, il corpo e le braccia sono completamente shizentai, tant’è che nei dojo, di solito, si omette il primo termine a favore del secondo.

Un’ultima considerazione. Il maestro Roberto Danubio ripete spesso che ai nostri avversari non dobbiamo concedere inutili vantaggi. Avanzare le braccia prima dell’inizio del combattimento, diminuisce inutilmente la distanza tra noi e l’avversario in una posizione che non è di guardia (kamae). Il questo modo l’avversario può più agevolmente colpirci alle braccia o afferrarle per eseguire una tecnica di sbilanciamento o proiezione. Sono anche questi piccoli dettagli che mi fanno amare così tanto quest’arte marziale. ♦ Read it in English

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