Wadokai Summercamp Revolution

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Pranzavamo di fronte a una vetrata immensa. Abbracciava tutto l’orizzonte e lo sguardo, tuo malgrado, ti si tuffava in picchiata, giù, verso il crepaccio del lago, per poi risalire repentino come un falco, solcando il ripido pendio delle montagne protese verso il cielo. Il Maestro Danubio mi sedeva di fronte e mi parlava del Budo.

La veduta dalla sala mensa del Kerenzerberg Sportzentrum
La veduta dalla sala mensa del Kerenzerberg Sportzentrum

“Il mio maestro, Shingo Ohgami, è una persona umile e modesta. Ha settantacinque anni. È uno dei più famosi maestri di Karate al mondo, ma può dormire ogni notte in un cantuccio a terra senza batter ciglio e vivere con così poco che è quasi un nulla. La prima volta che partecipai al suo Summercamp in Svezia illustrò subito alcune regole di base. Ce n’era una anche per la mensa: tutto quello che mettevi nel piatto dovevi finirlo. Visto che ognuno si serve da solo e ciascuno sa di cosa necessita, la questione si riduce a una semplice questione di misura e responsabilità. Potevi riempirti il piatto quante volte volevi, se era ciò di cui avevi bisogno. Ma niente sprechi. Una donna e suo figlio si ostinarono a lasciare vistosi avanzi, nonostante diversi, cortesi richiami. Il maestro finì per accompagnarli alla porta. È una questione di rispetto per chi al mondo, suo malgrado, non ha di cosa riempire il piatto, ci spiegò. Anche questo è Budo”. Io rimasi un po’ in silenzio, a pensarci su. A pensare a quante volte, ogni giorno, manco di rispetto e difetto di responsabilità. Il Summercamp della Swiss JKF of Wadokai è cominciato così. E ho subito capito che dopo quella settimana niente, per me, sarebbe stato più lo stesso.

Roberto Danubio sensei, 7° dan Japan Karate Federation of Wadokai, non è poi tanto diverso dal suo maestro. Anche lui, allo stesso modo di Ohgami, è un curioso composto di umiltà, disponibilità e severità quasi brutale. L’avevo già incontrato in altre tre occasioni, in altrettanti seminari a Roma. La prima volta, poco più di un anno fa, l’impatto con il suo Karate e col suo approccio al Wado-ryu e alle arti marziali mi entusiasmò e, allo stesso tempo, m’inquietò.

Kihon Kumite
Il M° Danubio mostra il Kihon Kumite Hachihonme con l’aiuto del M° Benitez

L’entusiasmo fu istantaneo e cocente, come un innamoramento. Il suo Karate è qualcosa di vero, solido, concreto e allo stesso tempo profondamente ideale, a tratti spirituale. Nulla viene lasciato al caso o all’arbitrarietà. Nelle sue spiegazioni non c’è traccia di accomodamento né di trascuratezza. Nessuna negligenza, nessuna concessione al conformismo, al cieco ossequio o semplicemente alla pigrizia. Che Danubio sia un uomo dotato di capacità di osservazione, pensiero speculativo e immaginazione non comuni appare un fatto autoevidente. E, per come la penso io, questo fa di lui il tipo di maestro per cui il termine non sarà mai abusato.

L’inquietudine, invece, è arrivata a poco a poco, insieme alla crescente consapevolezza di quanto e quale lavoro ero chiamato a fare su me stesso se volevo aspirare ad apprendere la qualità del Wado-ryu che Danubio mi stava facendo scoprire. Ma quell’inquietudine non era ancora niente in confronto allo sgomento che, in agguato come un lupo famelico, mi aspettava al Kerenzenberg Sportzentrum di Filzbach, Svizzera, in un freddo (7° centigradi) mese di luglio.

Rickarate-13
La sala degli allenamenti, con l’incredibile vetrata sui mondi svizzeri

Il Summercamp del maestro Danubio funziona così: tre sessioni di allenamento, dalle 9.30 del mattino fino alle 17.30 del pomeriggio, in cui pratichi un Wado-ryu di altissimo livello tecnico e marziale a ritmi capaci di farti vedere più volte al giorno un tunnel di luce contornato da serafini e cherubini svolazzanti che al suono di una lira celestiale chiamano il tuo nome e – se non cedi alle chiamate del Cielo – il giorno dopo ricominci allo stesso modo, e vai avanti così, per sei giorni. La sera del primo giorno pensi che non puoi arrivare vivo alla fine della settimana. La sera del sesto, che non puoi più vivere senza allenarti così. Una figata pazzesca.

Eppure, d’un tratto, e del tutto inatteso, per me è giunto lo sgomento. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, mi rendevo sempre più conto di quanto fosse friabile il terreno su cui, negli ultimi trent’anni, avevo edificato il mio edificio del Wado. Orfano di Toyama, come (quasi) tutti i wadoka italiani dal 1987 in poi, anch’io come (quasi) tutti avevo finito per deragliare dai binari originari, risolvendomi, anche se con continui mal di pancia, a praticare un Wado snaturato, spogliato di ogni suo principio e ridotto a pura forma senza contenuto.

Il M° Danubio spiega un kumitegata insieme al M° Mark Dahl
Il M° Danubio spiega un kumitegata insieme al M° Mark Dahl

Non più Ido Kihon, ma passeggiate sul tatami; non più Kata, ma coreografie goniometriche; non più Kihon Kumite, ma saltelli sul posto con guantini rossi e blu. Alla fine del terzo giorno un dolore profondo, lacerante, mi ha colto nottetempo costringendomi ad alzarmi e giudicarmi. Ero immancabilmente colpevole. Colpevole di pigrizia (soprattutto mentale), arrendevolezza (allo status quo) e negligenza (verso me stesso). Subito dopo aver ascoltato la sentenza che io stesso avevo pronunciato, in un brutto, bruttissimo quarto d’ora, decisi, pronunciai e ascoltai la mia condanna. Ed era una condanna a morte.

Quella pigrizia, quell’arrendevolezza, quella negligenza dovevano morire giustiziate. Nessuna clemenza, nessuna grazia sarebbe stata più possibile. Affinché il mio Wado potesse tornare a vivere, quelle tre scellerate dovevano andare incontro al loro destino. Il destino che, grazie a questa magnifica esperienza, senza rimpianto, in una notte di dolori addominali – senza sonno ma anche senza stanchezza – finalmente avevo scelto per loro. Che poi, come ogni possibile “loro” – e come insegna la filosofia zen – non erano altro che parti di me. Così, la mattina successiva, con quel che di me restava intatto (o quasi), ancora dolorante, ho ripreso le sessioni di allenamento. E ogni sgomento, ogni inquietudine erano scomparsi. Fisicamente stavo ancora male, è vero. Ma ero sereno, entusiasta, eccitato come al primo giorno di scuola. Perché in fondo non è anche questo il Budo? Apprendere sempre, e dopo aver appreso, apprendere ancora? ♦  Read it in English

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