Le vere olimpiadi del Karate

Italiano ♦ English

Da ieri il Karate è alle Olimpiadi. “La 129a Sessione del Comitato Olimpico Internazionale che si è tenuta a Rio de Janeiro” – cito testualmente dalla sezione news del sito WKF – World Karate Federation“ha deciso di inserire lo sport del Karate nel programma dei Giochi di Tokyo 2020”.

karate-2020
Una competizione di Kumite della WKF

Gli appassionati di Karate, dopo innumerevoli quadrienni di inutile attesa, sono subito esplosi in (staccato!) comprensibili espressioni di giubilo sulle testate di settore e sui social media di tutto il mondo. Finalmente non c’è più motivo di coltivare quel sentimento di malcelata invidia, inferiorità e senso di esclusione che nasceva spontaneamente guardando alla tv le gare olimpiche di Judo e Taekwondo. Finalmente al Karate vengono riconosciuti il posto e la dignità che gli spettano.

Su di me, però, la notizia non ha avuto lo stesso effetto. Non che mi sia dispiaciuta: non ho nulla contro le Olimpiadi, anzi, credo che lo spirito olimpico sia qualcosa di prezioso, da preservare e diffondere sempre di più. Il mio problema è piuttosto nei confronti della parola sport quando, in generale, è utilizzata per definire un’arte marziale e, in particolare, il Karate. Proprio come ha fatto il sito WKF.

Kyusho---Vital-PointsSport è una parola inglese che deriva dal francese desport. Etimologicamente indicava l’atto di passeggiare, di portarsi in giro per nessun altro scopo se non quello ricreativo. Da desport derivano anche lo spagnolo deport e l’italiano diporto, che significa svago, divertimento, passatempo. Ma il Karate è una disciplina appartenente al Budo giapponese. Nel suo DNA, per quanto a fondo vai a scavare, difficilmente troverai i concetti di svago, divertimento e passatempo. Si tratta invece di un’arte che richiede incessante impegno fisico e spirituale e una profonda attitudine alla responsabilità etica e marziale. Basta un minimo senso di analisi e osservazione, leggere il Bubishi o dare un’occhiata ai diagrammi del Kyusho (Hironori Ohtsuka, il fondadore del Wado-ryu, era uno dei massimi esperti del settore) per comprendere che ciascuna delle singole tecniche del Karate mira all’annientamento dell’avversario attraverso il costante uso dei cosiddetti, anche se impropriamente, colpi mortali. Lo studio di una simile disciplina richiede un approccio necessariamente più ampio, più rigoroso e più consapevole di qualsiasi contesto sportivo.

ZazenPraticare il Karate significa immergersi progressivamente in una filosofia di vita, un sentiero che, se ben instradato e percorso, conduce alla conoscenza e alla padronanza di sé. Le responsabilità che derivano da una profonda conoscenza del Karate non sono trascurabili e, negli anni, bisogna che i praticanti, con l’aiuto del Sensei, si facciano via via le spalle larghe, fortificandosi nel corpo e nello spirito.

Eppure il Karate che vedremo alle Olimpiadi (e che già vediamo alle gare di Kumite del WKF) non prevede nessuna di queste cose. I colpi non vengono portati per annientare, ma per far punti. Si usano delle protezioni (guanti, paradenti, parastinchi etc.) ma, anche se non si usassero, la sicurezza sarebbe garantita comunque dall’approccio sportivo e dall’adozione di tecniche addolcite per le competizioni. Ma è proprio questo il punto. Le differenze tra il Budo-Karate e lo Sport-Karate sono talmente tante e vistose che viene da chiedersi se sia giusto continuare a chiamare le due discipline con lo stesso nome.

Il primo, in ogni sua parte (Kihon, Kata e Kumite) insegna l’equilibrio, il radicamento a terra, a non alzare mai i talloni quando si avanza, a non oscillare mai su e giù, a colpire con tutto il corpo, a eliminare ogni movimento non necessario, a schivare piuttosto che parare, a evitare tecniche scenografiche (come il mawashigeri) ma poco efficaci. Il secondo impone tutto il contrario. Quasi nessuno di questi principi, che stanno alla base dell’arte, viene adottato e praticato nelle competizioni. Perché? È ovvio. Perché queste due discipline, pur chiamandosi allo stesso modo, hanno obiettivi molto diversi. Il primo mira allo studio dei principi fisico-filosofici del combattimento, al fine di ricavarne l’efficacia in situazioni reali e pericolose, dove non vigono regole. Il secondo mira all’efficacia sportiva, all’interno di un sistema protetto da regole definite, per guadagnare punti e vincere medaglie.

ohtsuka-2
Hironori Otsuka pensava che lo sport potesse aiutare a diffondere il Budo

Se il Karate olimpico diventerà un modo per far meglio conoscere l’arte nel mondo grazie all’inevitabile ritorno pubblicitario, attraendo i più giovani nei dojo, allora c’è davvero di cui rallegrarsi. Dipenderà molto da come il mondo del Karate gestirà la faccenda nei prossimi mesi e anni. E non parlo del CIO né della World Karate Federation. Parlo dei singoli istruttori e maestri nei dojo piccoli e grandi, in città come in campagna. Se lasceranno che i giovani si avvicinino grazie alle Olimpiadi per poi instradarli, progressivamente, sul sentiero del Budo, allora il futuro di questa disciplina, anche alle nostre longitudini, è assicurato. Queste saranno le vere e più importanti Olimpiadi del Karate: la sfida è porre lo Sport-Karate al servizio dell’Arte Marziale, proprio come voleva Hironori Ohtsuka, ed evitare che accada il contrario. Se invece gli aspetti marziali saranno ulteriormente avviliti e accantonati, temo, assisteremo alla  progressiva omogeneizzazione, marginalizzazione e trasformazione del Karate in una disciplina come tante altre. Insomma, in uno sport. ♦ Read it in English

Vai a Proprietà intellettuale dei contenuti del sito ⇒

 

 

 

Annunci

2 pensieri riguardo “Le vere olimpiadi del Karate

  1. Mi viene da pensare che sia difficile passare dal karate sportivo al Karatè Tradizionale, per chi già pratica o vuole praticare i Kumitè. Per via del dinamismo e dell”immediatezza” didattica. Lo dico anche perchè è successo nel nostro Dojo. Un ragazzo appena arrivato, abbandonò dopo poche lezioni perchè non era il karatè che si aspettava. andò in un Dojo dovwe si pratica solo Kumitè.

    Piace a 1 persona

    1. Le aspettative che ciascuno ha avvicinandosi a una disciplina possono incidere sulle successive scelte. Come non v’è dubbio che sia impegnativo passare da una disciplina a un’altra. Ma secondo me il punto non è questo (anzi, i punti non sono questi). E mi viene da farti una domanda. Siamo sicuri che quel ragazzo cercasse solo un maggiore dinamismo? E se invece, naturalmente, fosse stato semplicemente allergico alle finzioni? Il Karate è un’arte marziale. Se pratichi Karate senza imparare a combattere – e parlo di un combattimento reale, una sfida, un confronto libero, né preordinato né confinato nelle regole sportive – allora forse quello che stai praticando non è davvero Karate. Per questo prediligo un approccio completo a questa nostra arte. Senza finzioni.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.