Il Karate è ancora un’arte marziale?

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Capita sempre più spesso di conoscere praticanti di Karate, anche di grado elevato, che non hanno alcuna dimestichezza con l’arte del combattimento. E non mi riferisco soltanto al curioso fenomeno della “separazione delle carriere” tra chi, pur definendosi un karateka, sceglie di specializzarsi soltanto nei Kata o nel Kumite. A volte perfino chi pratica esclusivamente il kumite, messo di fronte a una situazione di conflitto reale, mostra di non avere la preparazione sufficiente per gestire la situazione. Questo stato di cose, secondo alcuni, è l’inevitabile conseguenza dell’evoluzione sportiva del Karate: combattere per fare punti, infatti, è tutt’altra cosa dal combattere per neutralizzare un avversario o un aggressore. Io, però, non ne sono persuaso. Il fatto che la boxe, assai prima del Karate, sia diventata uno sport ordinato e codificato non impedisce a un buon pugile di essere dannatamente efficace nelle situazioni reali. Per come la vedo io,  il problema del Karate non è la sportivizzazione ma la sua progressiva demarzializzazione.

Otsuka-2Provate a cercare un maestro disposto a sostenere che il Karate non è un’arte marziale: non ne troverete uno. Poi provate a verificare in quanti dojo di Karate si pratica il Budo e si impone, agli allievi, la scomoda via dell’arte guerriera (perché, vale forse la pena ricordarlo, questo significa marziale). E scoprirete, probabilmente, che i conti non tornano.

Quando ho inziato a praticare il Karate, nel 1979, i combattimenti erano all’ordine del giorno. E non sto parlando di kumite sportivi in guantini rossi e blu. Parlo del combattimento libero, il Juyu-kumite, quello senza regole o limitazioni se non quelle dettate dallo scopo stesso del combattimento (cioè l’allenamento tra compagni di corso, non la sopravvivenza). Erano anni in cui, per quante accortezze adoperassimo per eliminare o minimizzare il contatto, i karategi si macchiavano di sangue con una certa frequenza. Nessuno lo percepiva come un attribuito di violenza da affibbiare al Karate. Era un fatto connesso alla natura stessa dell’arte marziale. Era, semplicemente, una cosa normale.

Ma adesso non più. Non c’è dubbio che il mondo sia cambiato. Trentacinque anni fa, quand’ero bambino, tornare a casa con un naso sanguinante, un occhio pesto o un labbro spaccato era una cosa, se non proprio ordinaria, certamente non così straordinaria, accolta da mamma e papà con amorevoli cure (acqua fresca, ovatta, acqua ossigenata) ma anche con divertito dileggio. Oggi diverrebbe subito un affare di stato. Eppure, continuare a sostenere a parole che il Karate è un’arte marziale rinunciando a impostarne l’insegnamento in un modo coerente e conseguente, a me non sembra un’operazione onesta. Del resto, se mi iscrivo a un corso di boxe metto in conto di prendere qualche pugno sul naso. Se mi iscrivo a Judo metto in conto di essere strattonato e scaraventato a terra. Perché, se invece mi iscrivo a Karate, faccio tanta fatica a mettere in conto qualcosa?

karate1Credo che questa demarzializzazione (e la conseguente astrazione delle tecniche, sempre meno realistiche ed efficaci) sia la causa principale del relativo clima di disinteresse che, da qualche anno, sembra circondare il Karate. Chi vuole avvicinarsi allo studio di un’arte marziale, non trovando quasi più nulla di autenticamente marziale nei dojo, volge lo sguardo alle palestre, dove vede praticare gli sport da combattimento e le discipline di difesa personale. Che, non saranno marziali, ma ai loro occhi insegnano a combattere e a difendersi. In quei contesti ci si confronta con situazioni concrete, reali, dinamiche e conflittuali. I pugni che arrivano sono pugni tirati per colpire, così come i calci; le prese sono fatte per atterrare e proiettare, e chi le subisce cerca di contrastarle, non di assecondarle come accade in certi dojo.

È un vero peccato non poter offrire alle persone potenzialmente interessate al Karate l’immagine di un’autentica arte marziale. Perché l’arte marziale comprende un bagaglio filosofico, spirituale e tecnico che va al di là di qualsiasi sport da combattimento, di qualsiasi corso di difesa personale. Un bagaglio che – e questo è il paradosso – rende il Karate una disciplina non-violenta e assai più sicura, da praticare, delle altre.

Il Karate giapponese si iscrive nel solco del Budo e ne raccoglie appieno l’antica tradizione. Una tradizione che può essere efficacemente sintetizzata da questo motto: “La spada davvero buona è quella che rimane nel suo fodero”. Ma non è buona a nulla se non sappiamo adoperarla.

“Che la pace sia la vera essenza dell’addestramento di un guerriero”, scriveva Hironori Otsuka nel suo libro sul Wado-ryu, “è un fatto che resterà per sempre immutabile. Ma il modo in cui questo fatto si manifesta varia col variare dei secoli. Le arti marziali devono tener conto di questo progresso e porsi, come primo obiettivo, lo sviluppo di esseri umani dotati di grandi abilità intellettuali, capaci di controllare le proprie emozioni, la propria mente, il proprio corpo”. Non vi sembra un obiettivo degno di essere perseguito? Ma per raggiungerlo bisogna percorrere la via del Karate-do, la via del Budo, la via dell’arte marziale. Ed è necessario che sia una via di fatti e azioni, non solo di parole. ♦ Read it in English

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