Il Karate deve per forza essere uno?

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Negli anni ’90 d’un tratto nacque – e serpeggia ancora tra noi – una voglia strana. Quella di azzerare gli stili e unificare il Karate. Perché, infatti, continuare ad assecondare questa follia dell’incessante parcellizzazione della disciplina, degli stili che rivaleggiano tra loro, delle tecniche e dei kata che si differenziano fino a rendere la stessa forma, salvo per il nome, quasi irriconoscibile quando eseguita da un karateka di una scuola differente? Non sarebbe meglio darci un taglio? Mettersi seduti attorno a un tavolo e decidere di raccogliere tutti sotto lo stesso tetto, unificare i programmi di studio e far sì che, sinergicamente, si lavori tutti per lo stesso, comune obiettivo – e allo stesso modo? L’idea di base, credo, fosse questa. Ma è davvero una buona idea?

Gichin Funakoshi, creatore dello stile Shotokan
Gichin Funakoshi – Shotokan

Mettiamola così. Non importa la nostra opinione personale, non conta come rispondiamo alla domanda. Tanto il Karate è già uno e uno solo. Quando mi domandano che sport pratico (okay, lo so, anch’io alla parola sport rabbrividisco e vorrei precisare disciplina, ma non posso star sempre lì a puntualizzare con tutti) io non dico Wado-ryu. Rispondo Karate. Così facendo il mio interlocutore capisce subito di cosa sto parlando, perché per lui il Karate esiste, mentre Wado-ryu, Shotokan, Goju o Shito-ryu probabilmente no. Ed è del tutto comprensibile.

Se foste rapiti dagli alieni, portati a vivere sul quarto pianeta di classe M in orbita intorno ad Alpha Centauri e una nuova conoscenza autoctona vi chiedesse, qualche anno dopo, da dove venite, probabilmente non rispondereste da Roma o dall’Italia, ma: dal pianeta Terra. Non solo. Se ci chiedessimo: Il mondo (inteso come il pianeta Terra) è uno? cosa risponderemmo? Certamente . Eppure sulla Terra esistono infinite varietà di mondi e di culture differenti. Prendiamo, per esempio, le lingue. Sul nostro pianeta se ne parlano circa settemila, e servono tutte alla stessa cosa: comunicare tra di noi. Okay. Ma allora non sarebbe più comodo, a questo scopo, parlarne una sola? Ed è qui che le cose si fanno complicate. Perché per rispondere a quest’ultima domanda è necessario riflettere, e riflettere attentamente.

Hironori Otsuka - Wado-ryu
Hironori Otsuka – Wado-ryu

Quando traduciamo un testo da una lingua all’altra ci accorgiamo che alcune sfumature di significato sono irriproducibili. Qualcosa va immancabilmente perduto. Si parla, infatti, di lost in traslation. Avviene perché la comunicazione non è un semplice atto di trasferimento di informazioni ma un processo spirituale profondo e delicato di condivisione, creazione e composizione che necessita di molti anni di attenzione e interazione, per potersi efficacemente e felicemente instaurare. Ogni lingua influenza il modo in cui le persone pensano. E produce, nella sua propria letteratura, qualcosa di unico e irripetibile che non sarebbe possibile in culture e lingue diverse. Ecco. Adesso siamo pronti per tornare al Karate.

Pensate al Karate come al mondo, il mondo in cui noi karateka viviamo. Il mondo è uno – e il Karate è uno. Se parlassimo con qualcuno che non è del nostro stesso mondo, e ci chiedesse da dove veniamo, sapremmo cosa converrebbe rispondergli. Allo stesso modo sappiamo che nel nostro mondo esistono molti linguaggi, ovvero stili diversi. E che questi stili servono tutti a fare la stessa cosa (Karate), perseguono tutti lo stesso obiettivo. Allora perché non unificarli? Risposta: perché perderemmo qualcosa di prezioso. Qualcosa di incommensurabilmente importante, irripetibile, irriproducibile. Ed esprimibile soltanto all’interno di uno specifico stile.

mabuni
Kenwa Mabuni – Shito-ryu

Non converrebbe, forse, adottare quell’atteggiamento di umiltà che ci hanno insegnato essere a fondamento del Karate e del Budo, lasciando che la natura, anche quella del Karate, faccia il suo corso liberamente, come un fiume che scorre dalla montagna verso il mare? Anche l’esperienza suggerisce la bontà di questa via. Gli inziali buoni risultati sportivi, laddove l’unificazione c’è stata, sembrano adesso messi in discussione dal potente ritorno, in altre nazioni, dello spirito tradizionale del Karate e del lavoro differenziato sugli stili, anche in ambito competitivo. In ambito tradizionale, invece, i tentativi di riportare il Karate alla sua origine, a una mitica Età dell’oro okinawense in cui si praticava il vero (e segreto!) Karate, attraverso una ricerca storica priva di fonti scritte e con poche, contraddittorie e fantasiose testimonianze orali (per giunta, indirette) sta producendo risultati ancora peggiori, che sfidano, talvolta, il senso del ridicolo. I miti della nostra cultura e la nostra stessa Storia ci insegnano che ogni unificazione forzata si risolve immancabilmente in un fallimento (pensate alla lingua universale e artificiale Esperanto: la conoscono poche centinaia di persone nel mondo).

chojun-miyagi
Miyagi Chojun – Goju-ryu

Un atto di arroganza ci ha fatto erigere la Torre di Babele, e la conseguenza è stata la dispersione di tutti noi in innumerevoli culture e lingue differenti. Con lo stesso atto di arroganza vorremmo adesso ricomporle, annientando ogni particolarità, ogni unicità, ogni differenza. Dimostrando ancora di non comprendere quanto quell’apparente punizione divina fosse, in realtà,  una benedizione. La benedizione della pluralità, della ramificazione, che piante e alberi conoscono bene. Nessuno di loro sopravviverebbe a lungo se al posto delle innumerevoli radici contorte, intrecciate e ramificate avesse un unico troncone lineare immerso nella terra.

E, per come la vedo io, nemmeno il Karate. ♦ Read it in English

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