Wado: l’armonia possibile tra tradizione e sport

Lo scorso 17 dicembre 2016, a Roma, si è svolto un seminario di stile Wado-ryu voluto e organizzato dal Comitato Lazio Karate FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali) rivolto agli atleti e ai tecnici della stessa Federazione e degli Enti di Promozione sportiva convenzionati. La WKSI Wadokai Karatedo Shin-Gi-Tai Italia, il branch ufficiale della JKF Wadokai nel nostro paese, è stata chiamata a dare il suo contributo tramite il M° Maurizio Paradisi che, insieme al M° Tiziano Giannone ha guidato le tre ore di studio e allenamento. La WKSI, grazie alla tutorship del M° Roberto Danubio, 7° dan JKF Wadokai, presidente e capo istruttore del Wado Svizzero, promuove lo studio e la preservazione dello stile tradizionale. Si è trattato, se nessuno mi dimostra il contrario, di una prima assoluta, per un seminario di karate tradizionale di stile, in seno alla FIJLKAM.

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1° Seminario Stile Wado-ryu organizzato dal Comitato Lazio Karate FIJLKAM

Due sono le cose notevoli, al riguardo. La prima è che il Wado-ryu, poco diffuso al di fuori del Lazio (e forse del Veneto), poco scenografico e per questo giudicato inadatto alle competizioni sportive di kata, all’interno della Federazione finora non aveva mai goduto, per usare un eufemismo, di grande considerazione. Inoltre, dei tre maestri giapponesi che Otsuka ci aveva inviato, Yamashita è rimasto troppo poco, Yoshioka si è prima eclissato, poi è tornato per fondare un proprio stile e Toyama, nella seconda metà degli anni ’80, se n’è volato in Giappone a occuparsi d’altro. In questo modo, complice anche la scissione avvenuta alla morte di Otsuka, senza una guida sufficientemente autorevole il livello tecnico generale di questo stile, nel nostro paese, si è progressivamente impoverito e diversificato.

La seconda è che, fino a questo momento, non solo il Wado-ryu, ma più in generale gli stili riconosciuti dalla World Karate Federation (che, oltre al Wado, sono Shotokan, Shito-ryu e Goju-ryu), non avevano mai ottenuto spazi e occasioni di lavoro specifico sul Karate tradizionale. Dal mio punto di vista, questa iniziativa segna un vero e proprio punto di svolta che, se confermato nel tempo ed esteso nello spazio, potrebbe portare nuova linfa vitale a tutto il Karate italiano.

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Cinzia Colaiacomo Sensei (7° dan e Vice Presidente CR Lazio FIJLKAM) con Marco De Astis (tecnico WKSI – JKF Wadokai)

Questo punto di svolta è reso possibile dall’intelligenza e dalla lungimiranza della Vice Presidente del Comitato Regionale Lazio, il M° Cinzia Colaiacomo, cui di recente è stato assegnato il 7° dan. Medaglia d’oro, d’argento e di bronzo ai campionati europei e quattro volte sul podio ai campionati mondiali, con due argento e due bronzo, Cinzia Colaiacomo di Karate se ne intende. Nello specifico, s’intende anche di Wado, lo stile con cui aveva iniziato il suo cammino nel Karate prima di approdare allo Shito-ryu, in tempi non poi così lontani negli anni, ma assai diversi da quelli che viviamo oggi. Il M° Colaiacomo, infatti, è riuscita ad eccellere nelle competizioni internazionali in un periodo (gli anni ’90) in cui nei dojo la distinzione tra karate tradizionale e sport karate non era ancora netta come oggi e la pratica sportiva non interferiva, anzi, lavorava di concerto, con la pratica marziale (sulla quale si fondava). Tempi gloriosi in cui sport e Budo viaggiavano ancora assieme.

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La WKSI, ramo ufficiale della JKF Wadokai

Del resto, quella era la strada immaginata dai grandi maestri, soprattutto nel Wado-ryu. “Dubito che lo sport serva solo a incrementare la forza muscolare”, scriveva nel 1970 Hironori Otsuka nel suo Karatedo Vol. 1 (che purtroppo, malgrado le promesse, non fu mai seguito dal Vol. 2). “Nei fatti”, prosegue, “lo sport coltiva le facoltà fisiche come quelle mentali. Attraverso l’azione, sia l’arte marziale sia lo sport mirano allo sviluppo dello spirito, dell’intelletto e del giudizio, per forgiare un migliore essere umano. Per questo credo che la mentalità marziale e quella sportiva, in fondo, siano identiche: condividono gli stessi propositi e gli stessi obiettivi”. Su queste basi, il fondatore del Wado, la Via dell’Armonia, ricercava un punto d’incontro tra l’approccio orientale e quello occidentale per poterli unire e, appunto, armonizzare.

Nel 1970 il mondo, non c’è dubbio, era molto diverso. Alle Olimpiadi gareggiavano soltanto i dilettanti (l’accesso ai professionisti era negato proprio da quello che, all’epoca, era chiamato spirito sportivo) e, più in generale, la pratica sportiva, ancora lontana dall’odierna professionalizzazione di massa, era strettamente legata ai valori decoubertiani: uno strumento di crescita, miglioramento ed emancipazione personale e sociale, un modo per sviluppare e alimentare i valori della correttezza, della lealtà e della fratellanza tra individui e popoli. Non sorprende che Otsuka vedesse nello sport occidentale lo stesso spirito del Budo come lui lo concepiva.

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Hironori Otsuka, fondatore del Wado-ryu

Già negli anni ’30, in contrasto con Gichin Funakoshi, Otsuka aveva gettato le basi di quello che oggi chiamiamo sport karate. Pensava che lo sport avrebbe aiutato a diffondere il karate in occidente e trasmise questa convinzione ai suoi allievi migliori. Shingo Ohgami, 8° dan JKF Wadokai, nel suo libro “Introduction to Karate” elenca quattro motivazioni per praticare il Karate: il benessere fisico (fitness), la pratica sportiva (incluse le competizioni), la difesa personale e l’arte marziale. Yutaka Toyama, nel suo libro Karatedo Wadoryu, scrive: “La diffusione e le adesioni che si ottengono [dallo sport karate] compiono un’opera altamente sociale. Lo scopo sarà sempre quello di estendere la conoscenza del karate a tutte le sue componenti, iniziando col praticarlo come sport per arrivare poi all’arte marziale”.

E anche se il mondo dello sport oggi appare profondamente mutato, anche se il suo spirito originario sembra sempre più appannato dalla commistione col business e dall’apparente indebolimento dei suoi valori originari, le ragioni che inducevano Otsuka, Ohgami e Toyama a promuovere la via dell’armonia tra Karate tradizionale e sport restano ancora valide. L’armonia è una forma di equilibrio dinamico in cui tutte le parti godono di un proprio spazio, senza prevaricare le altre ma anche senza esserne prevaricate. Negli ultimi due decenni il mondo del karate italiano ha invece vissuto nel disequilibrio. Il fatto che la FIJLKAM sia una federazione sportiva nell’ambito del CONI, che giustamente si occupa di sport e di competizioni, non giustifica questo stato di cose: una ipotetica federazione ortofrutticola che si preoccupasse solo dei frutti trascurandone gli alberi (radici, tronco, rami, foglie) non avrebbe più, nel giro di qualche tempo, alcun frutto di cui preoccuparsi, se capite ciò che intendo.

In questo senso, il seminario del 17 dicembre dimostra che nella Federazione ci sono maestri e dirigenti che riconoscono l’importanza del lavoro sugli stili e comprendono che quello sportivo è solo uno degli aspetti possibili del karate. Potremmo dire, riprendendo la metafora, che è un frutto dell’albero del karate. Spero che questa visione diventi presto maggioritaria all’interno della Federazione e che l’esempio di Cinzia Colaiacomo Sensei e del Comitato Lazio Karate venga presto seguito dall’intero corpo vivo e pulsante della FIJLKAM. Il karate italiano non potrebbe che giovarsene.

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