La forza del Wado

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Quando è arrivato il momento di ripartire e abbiamo cominciato il giro dei saluti di commiato, mi sono sorpreso a elargire baci, abbracci e parole di affetto anche alle persone con cui, per tutta la settimana, avevo scambiato (forse) un fugace sguardo o un cortese cenno della testa. Me le trovavo davanti, queste persone, e le sentivo dannatamente familiari nonostante di loro conoscessi a malapena la nazionalità. Sentivo che tra me e loro c’era ormai un legame, un legame vero, di quelli che nascono quando condividi un’esperienza decisiva; una specie di cameratismo spirituale, un’assonanza elettiva che travalica le convenzioni e non necessita d’altro che di se stessa, per sussistere. E così ho compreso un altro aspetto della forza di questa bellissima esperienza che è il Summer Camp Wadokai del maestro Roberto Danubio, di cui ho scritto anche qui e qui.

Il magnifico dojo del Summer Camp di DanubioCi sono cose che si afferrano al volo, altre su cui bisogna tornare più volte, per capirle davvero. Non credo dipenda dalle cose in sé. Dipende da noi. Ogni oggetto che incontriamo, lo conosciamo attraverso il filtro della nostra esperienza, e siccome la nostra esperienza va via via ampliandosi e modificandosi, la stesso oggetto, conosciuto in due momenti diversi della vita, ci appare diverso e diversamente capace di farsi assorbire. Per capire che questo appuntamento annuale, che si svolge sempre nella seconda settimana di luglio a Filzbach, tra le montagne svizzere, sta creando un nuovo senso di comunità tra i praticanti del Wado-ryu di tutta Europa – e che io ne faccio parte – mi ci sono volute tre edizioni.

Secondo lo Statuto del budo, il buon praticante di arti marziali è colui che mantiene una mente aperta e una prospettiva internazionale. La mente aperta serve a trarre profitto dal confronto con gli altri, la prospettiva internazionale a garantire che questo confronto sia il più ampio possibile. Il Wadokai Summer Camp di Roberto Danubio è permeato da questi due elementi. Quest’anno, per esempio, erano presenti wadoka provenienti da Svizzera, Italia, Finlandia, Svezia, Ungheria, Stati Uniti d’America, Grecia, Germania, Inghilterra, Irlanda e Belgio e, in quanto a istruttori internazionali certificati JKF, oltre a Roberto Danubio (che, ricordiamolo, è uno dei pochissimi non-giapponesi ad aver ricevuto il 7° dan nella Japan Karatedo Federation Wadokai), Alessandro Danubio (6° dan JKF Wadokai) ed Eveline Danubio (5° dan JKF Wadokai) c’erano anche Tracy Bob Foster (6° dan JKF Wadokai), Marc Rolli (5° dan JKF Wadokai), Giuseppe Carloni (5° dan JKF Wadokai), Benito Benitez (5° dan JKF Wadokai), Rolf Wirth (5° dan JKF Wadokai) e Daniela Eckerle (4° dan JKF Wadokai). In un contesto così, è praticamente impossibile non fare, ogni volta, qualche progresso.

Roberto Danubio, 7° dan JKF WadokaiMa alcuni progressi hanno bisogno di tempo, per palesarsi. Hanno bisogno che noi, come dicevamo prima, nel frattempo accumuliamo e modifichiamo la nostra esperienza. In ciascuna delle precedenti edizioni a cui ho partecipato mi sono accorto di aver avuto delle piccole, improvvise illuminazioni riguardo a questo o quel principio a me già noto, che però, fino a quel momento, avevo compreso soltanto a livello teorico. (Le arti marziali hanno questa caratteristica: per capire un principio, non basta comprenderlo teoricamente, con la mente e il pensiero, come se fosse un concetto filosofico o matematico. Bisogna che anche il corpo lo comprenda. E si può dire che il corpo lo abbia compreso solo nel momento in cui riesce, intenzionalmente, ad applicarlo). Ma l’illuminazione che ho avuto quest’anno è particolarmente preziosa, perché è il risultato dell’accumulo di anni di frustrazione, incomprensioni e fallimenti.

Sto per dirvi di cosa si tratta, ma vi avverto: rimarrete delusi. Penserete: tutto qui? Sì, tutto qui. Quel che solo quest’anno ho compreso con il corpo, pur avendolo capito molti anni fa con la mente, ha a che fare con la forza del Wado. O meglio, con il fatto che nel Wado non bisogna mai usare la forza, perché meno forza muscolare usi, più potenza riesci a generare. Si tratta di qualcosa che mi è stato ripetuto per quasi quarant’anni, e che a mia volta ho ripetuto incessantemente ai miei allievi. Qualcosa che avevo anche sperimentato e applicato nell’esecuzione delle tecniche e che, pertanto, credevo di aver capito. Mi sbagliavo.

Allenamento dei Pinan Kata!È successo proprio l’ultimo giorno, nell’ultima ora di allenamento. Stavamo eseguendo un kata. Le mie gambe e le mie braccia erano esauste e dolenti, le piante dei piedi arse e consumate da una settimana di allenamenti intensissimi, mattina e pomeriggio, senza possibilità di recupero se non nelle (poche) ore di sonno. Sentivo tutta la pesantezza di un corpo che avrebbe scambiato dieci anni di vita per un divano e mi sembrò, improvvisamente, di non potermi più muovere. Allora, una parte di me, ha ceduto. Come se mi avesse mandato al diavolo. Come se avesse mandato al diavolo tutto e tutti. E il corpo ha iniziato, d’un tratto, a volare. Fluiva leggero, senza più fatica, rapido e cristallino, facendo schioccare il mio dogi come non gli era ancora riuscito nei sei giorni precedenti. Era come se avesse smesso di cercare di applicare i principî del Wado (mudana dosa, fluidità, rilassatezza) e fosse diventato esso stesso quei principî. Un minuto di pura felicità.

Non so se questa illuminazione sarà permamente. Probabilmente no. Sento che la strada è ancora lunga. Ma non è questo che conta. Quel che conta è che ogni volta che torno dal Summer Camp di Roberto Danubio, torno arricchito, ispirato e ho sempre un buon motivo per tornarci l’anno venturo. Per continuare a coltivare questo sentimento di comunità che tanto mi sta diventando caro. E per comprendere, ogni volta, un nuovo aspetto della forza del Wado. ♦ Read it in English

PS: Non perdete il seminario per istruttori del maestro Roberto Danubio a Roma!

 

 

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